Let it will be: serenità, fallimenti, rinascite ( domenica, 4 gennaio 2026)
Caro diario,
oggi è una giornata cupa, di quelle tristi e senza sole, con una pioggia sottile ma insistente, con quel grigiore che non ispira poesia ma solo senzazioni un po' deprimenti, anche senza un motivo palese. Il corpo manda piccoli segnali di malessere, la mente fa quello che sa fare meglio: frullare. Si accavallano pensieri, scenari, ipotesi, dialoghi interiori non richiesti.
Provo ad afferrarli, a mettere in ordine le idee, per dar loro un minimo di disciplina. Un tentativo nobile, che si rivela tuttavia inutile. Ed è proprio mentre ciò accade che riaffiora una canzone di Madonna: Let it will be. Non so se il testo dica davvero così, ma il senso è chiarissimo.
Serenità: una definizione possibile
Serenità, per come la intendo oggi, non è uno stato mistico né una conquista definitiva. È piuttosto fare del proprio meglio per stare in pace e poi accettare, senza troppe tragedie, la realtà così com’è.
Accettare non significa arrendersi, ma smettere di prendersi troppo sul serio. Non trasformare ogni difficoltà in un dramma epocale. Se possibile, aggiungere un filo di ironia. Non quella cinica, ma quella gentile che ti salva senza farti sentire superiore.
Il punto difficile: quando ci hai messo tutto
Naturalmente, è facile dirlo quando le poste in gioco sono basse. Molto meno quando hai investito tempo, energie, speranze e anche soldi in qualcosa: un progetto, un lavoro, un'idea che non sono andati a finire come avevi immaginato.
In quei casi entra in scena l’idea del fallimento. Una parola che pesa, perché non riguarda solo ciò che è andato storto, ma l’immagine che abbiamo di noi stessi. Il fallimento non ferisce solo i progetti e il portafoglio, ferisce l’ego. Ci costringe a rivisitare tale nostra immagine ... e , si sa, nessuno ama farlo sotto la pioggia.
Fallire come passaggio (non come condanna)
Eppure, a volte, il fallimento può rivelarsi, piuttosto che una fine, un materiale grezzo su cui riflettere per una potenziale rinascita. Scomodo, certo. Ma ricco di informazioni e spunti. Ci costringe a rivedere le priorità, a ridimensionare aspettative, a capire cosa conta davvero e cosa era solo rumore.
Da lì possono nascere idee nuove, magari più piccole, ma più autentiche perchè più vicine a chi siamo ora, non a chi pensavamo di dover diventare.
L’insegnamento buddista e l’attaccamento
Il buddismo su questo è piuttosto chiaro: il problema non è impegnarsi, ma attaccarsi. Attaccarsi ai risultati, alle aspettative, alla convinzione che le cose debbano andare necessariamente nel modo in cui avevamo programmato.
L’invito non è a lasciarsi andare alla passività, al non fare nulla, ma a dedicarsi ad un’azione più leggera: impegnati, fai la tua parte, mettici il cuore, ma poi... lascia andare. Perché quando stringi troppo, soffri, forzando te stesso e la realtà che ti circonda.
Conclusione (provvisoria, come tutto)
Forse la serenità non è uno stato permanente, ma un esercizio quotidiano. Un continuo ricordarsi, anche (e soprattutto) nelle giornate grigie e sotto la pioggia, di respirare, di ridimensionare, di sorridere un po’ di sé stessi. Fare del proprio meglio. Poi, se possibile, let it will be.
Se ti va, raccontami nei commenti una tua esperienza: un fallimento, una rinascita, o semplicemente una giornata in cui hai deciso di non drammatizzare e di prendere la vita così come viene.
Se queste riflessioni e questo modo di vivere ti risuonano, scrivo una lettera a settimana qui:
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