Il successo, un cappuccino e un cielo incerto ( 15/02/2026)



Caro diario,

questa mattina, mentre faccio colazione con le mie immancabili fette biscottate e un velo generoso di marmellata, sorseggiando lentamente un cappuccino ancora fumante, mi fermo a guardare dalla finestra un cielo color piombo che non promette pioggia, ma nemmeno sole.

È uno di quei cieli che non si decidono  e forse è per questo che mi somiglia. Il tempo è incerto, così come lo sono io oggi, sospeso tra la voglia di fare e quella di rimandare, tra l’idea di partire pieno di buoni propositi e la tentazione di restare fermo, protetto dalla quiete domestica e da qualche minuto in più di pigrizia.

Mentre la colazione finisce e e termino di bere il cappuccino, che si raffedda,  la mente comincia a vagare lontano, senza chiedere permesso, passando con disinvoltura dai progetti futuri agli entusiasmi improvvisi, dai ripensamenti ai rimpianti, come se stesse sfogliando distrattamente l’album della mia vita.

Ed è proprio in questo stato d’animo un po’ sospeso che mi sorprendo a riflettere su una parola tanto usata quanto poco compresa: successo. Che cosa significa, davvero, avere successo?

Viviamo in un tempo in cui questa parola viene spesso associata all’apparenza, alla visibilità, al possesso, alla velocità con cui si accumulano risultati, esperienze e riconoscimenti, possibilmente da esibire in una bella foto ben filtrata.

Eppure, seduto alla mia tavola, con davanti una colazione semplice e un cielo indeciso, mi accorgo che la mia idea di successo è molto diversa.

Penso a Socrate e al suo invito antico e sempre attuale: “Conosci te stesso”. Tale monito non comporta l'obbligo di  analizzarsi ossessivamente, ma significa imparare ad ascoltare se stessi con sincerità, riconoscendo i propri limiti, i propri desideri e anche le proprie fragilità.

Per me, avere successo significa riuscire a mantenere uno sguardo positivo sulla propria vita senza cadere nell’illusione, riuscire a guardare il bicchiere mezzo pieno non per giustificare gli errori, ma per riconoscere di aver fatto del proprio meglio, anche quando il risultato non è stato quello sperato.

Volersi bene, in fondo, non è chiudere gli occhi davanti alle difficoltà, ma smettere di trattarsi con durezza eccessiva, imparando a dirsi: “Non è andata come volevo, ma, in fondo,  ci ho provato davvero”.

Quando finisco la colazione e mi preparo a uscire, infilando le scarpe con la calma di chi non ha fretta di arrivare da nessuna parte se non da se stesso, sento che questa passeggiata non è solo un modo per muovere il corpo, ma anche un piccolo rituale per rimettere in ordine i pensieri.

Camminare, infatti, ha il potere discreto di sciogliere le tensioni, di far respirare la mente e di rinnovare lo spirito, senza bisogno di grandi discorsi o soluzioni miracolose.

Fuori il cielo è ancora grigio, ma dentro di me qualcosa si è già rischiarato.

E forse è proprio questo il successo, almeno per me: continuare a camminare, continuare a cercarsi, continuare a volersi un po’ più bene ogni giorno, anche quando tutto sembra incerto.

E tu... stai imparando ad ascoltare te stesso? Se anche tu, qualche volta, ti senti sospeso tra il fare e il rimandare, tra il desiderio di cambiare e la paura di farlo, ti invito a fermarti un momento, a prenderti un caffè, a guardare il cielo e a fare due passi con te stesso.

Potresti scoprire che, lungo quella strada semplice e silenziosa, stai già andando nella direzione giusta.

Se queste riflessioni e questo modo di vivere ti risuonano, scrivo una lettera a settimana qui:

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