Qualche fetta di ciambella, tra l'idea di galline razzolanti e una domanda scomoda ( 31.1.2026)



Caro diario,

stamane, prima della mia passeggiata settimanale, riflettevo, mentre preparavo la mia colazione, con un caffellatte caldo e una ciambella sorprendentemente buona. Senza uova, senza burro.

Mentre inzuppavo l’ultima fetta, con quella soddisfazione silenziosa che solo le cose semplici sanno dare, la mente ha iniziato a vagare. Succede spesso, soprattutto prima di camminare: il corpo è fermo, ma la testa ha già messo le scarpe.

Pensavo all'idea di allevare qualche gallina nel cortile di casa dei miei. Uova fresche, galline razzolanti, una scena quasi bucolica. 

Mi è sembrata, per un attimo, una bella idea. Poi però il film è andato avanti. Perché le galline non sono solo uova. Sono anche carne. E a un certo punto, se le allevi, devi fare i conti con questo.

Ed è lì che ho sentito un rigetto netto, quasi fisico. L’idea di ucciderle io, di trasformare quegli animali vivi in cibo, mi ha raggelato.

E' stato allora che  ho allargato il pensiero, a polli in gabbia, a maiali macellati in modo poco etico. Catene di produzione che preferiamo non immaginare, perché immaginare dà fastidio.

E la domanda è arrivata, puntuale e scomoda: non è un po’ ipocrita rifiutarsi di uccidere un animale… e poi andare a comprare la carne al supermercato?

La mia posizione si sta orientando spempre di più verso quella di ridurre progressivamente il consumo di carne e pesce, rivolgendomi maggiormente verso una scelta vegetariana. 

Senza eliminarli drasticamente: carne e pesce mi piacciono. Fanno parte della mia cultura, dei miei ricordi, delle domeniche in famiglia, dei piatti che sanno di casa. 

Preferirei tuttavia mangiarli solo poche volte al mese. Per sceglierli, non subirli.  Farli diventare un’eccezione, non la regola.

Nel quotidiano, propenderei pertanto per una scelta vegetariana, semplice, concreta, possibile. Non ideologica, ma pratica. Una scelta che tenga insieme etica, salute, portafoglio e serenità mentale.

Quanto al veganismo, ne comprendo le ragioni profonde e il valore etico, ma non è una strada che sento mia. Non la percepisco come completa per me, né come qualcosa che potrei sostenere nel tempo, senza trasformarla in una lotta quotidiana. 

Forse non si tratta di scegliere un'etichetta, nè di restare  coerenti fino in fondo: forse si tratta solo di restare in ascolto. Di accorgersi che certi pensieri arrivano quando si rallenta, quando si mangia una ciambella qualunque e si ha ancora tempo prima di uscire a camminare.

Mangiare meno carne non ti rende migliore, ma ti rende, forse, più attento. E l’attenzione, oggi, è già una forma di rispetto.

Se anche tu, davanti a una colazione qualsiasi o a un banco del supermercato, ti sei fatto almeno una volta una domanda simile… scrivimelo nei commenti; siamo in buona compagnia.

Non serve una risposta definitiva. A volte basta iniziare a mangiare — e a pensare — un po’ diversamente.

Se queste riflessioni e questo modo di vivere ti risuonano, scrivo una lettera a settimana qui:

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